«Made in» sembra una frase semplice. In realtà è una dichiarazione di origine, e l'origine di un capo non coincide con il posto dove è stato venduto, né con quello da cui parte la spedizione. Una cosa è dove un prodotto passa, un'altra è dove nasce.
Origine non è provenienza
Il criterio di base è quello del Codice doganale dell'Unione, all'articolo 60. Se un prodotto è interamente ottenuto in un solo Paese, è di quel Paese. Se invece ci lavorano più Paesi, l'origine è quella dove avviene l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale ed economicamente giustificata, in un'impresa attrezzata allo scopo, che porta a un prodotto nuovo o a una fase importante del processo produttivo.
L'ultima lavorazione sostanziale
La parola che pesa è «sostanziale». Una rifinitura o un'operazione di sola apparenza non basta: conta la fase che trasforma davvero il prodotto. Per un capo di abbigliamento significa chiedersi quale passaggio lo fa diventare quel capo, e dove è stato fatto. Le regole operative per ogni categoria di merci sono più dettagliate: per questo la sostanza si verifica caso per caso.
Sotto l'etichetta, la filiera
Un'etichetta è l'ultimo anello di una catena che comincia molto prima: la fibra, il filato, il tessuto, il taglio, la confezione, la finitura. Ogni anello può essere in un posto diverso, e non c'è nulla di scandaloso: è la normalità di un settore globale. Il punto è che chi dichiara «Made in Italy» sappia dire, con precisione, quali fasi sono avvenute qui.
Per riconoscere la sostanza, le domande sono semplici. Dove viene tagliato e cucito il capo? Chi è il produttore, e si può nominare? Quali fasi sono interne e quali affidate fuori? Un marchio che lavora bene risponde senza giri di parole. Chi evita le domande, di solito, ha già detto abbastanza.
Le domande giuste
È la logica che seguiamo anche noi: dichiarare solo ciò che possiamo mostrare, con la confezione affidata alla manifattura del nostro gruppo, dal 1979.